LITIGIO

LITIGIO

Il bar dello sport, nel paesino di mia nonna, ci ero andata per prendere un gelato e fare due chiacchiere con il barista e suo figlio, li conosco da anni, fin da quando, piccola, accompagnavo il nonno e rimanevo ad osservarlo mentre giocava a briscola con i suoi amici, tutti braccianti delle campagne intorno. Proprio con Giorgio stavo parlando, il figlio del barista, un bel ragazzone di 22 anni, ci divertivamo innocentemente scambiandoci foto e guardando filmati sul suo cellulare. Certo eravamo molto vicini e ridevamo rumorosamente, lui mi aveva messo un braccio intorno alla vita quando sei entrato tu, una rapida occhiata e ti sei messo a urlare come un matto: "TROIA! TROIA! MALEDETTA ZOCCOLA ECCOTI... COSA STAI FACENDO? E CHI E' QUELLO?" - "Cazzo Giulio, che ci fai qui? Non è come pensi, Giorgio è solo un amico..." - "SILENZIO TROIA! LO VEDONO TUTTI QUELLO CHE FAI..." - "INSOMMA GIULIO SMETTILA! NON HAI IL DIRITTO DI PARLARMI COSì" mi sono avventata contro di te sferrando pugni e calci alla cieca, mi sentivo attaccata ingiustamente e ti ho attaccato, fisicamente, mi sono resa quasi ridicola perchè il tuo corpo massiccio e muscoloso non sembrava minimamente risentire dei miei colpi. Comunque qualcuno dei presenti apprezzava la mia reazione e mi gridava "BRAVA! DAGLIENE ANCORA A QUEL MALEDUCATO TROGLODITA!". Mi sono subito pentita del mio gesto sconsiderato e mi sono beccata il primo schiaffone da te, sono corsa fuori e tu dietro di me, correvo correvo e tu dietro a gridare "FERMATI ANNA FERMATI!" - pochi minuti e arrivammo già nel cortile della masseria del nonno, deserto, forse dormivano tutti, un silenzio irreale rotto solo dal rumore dei miei passi svelti e dal mio respiro affannoso. Ti sei avvicinato subito, il viso minaccioso e le mani strette a pugno, su di noi la meraviglia del cielo stellato in quella notte d'estate, e la luna piena argentea, immobile. "Scusami scusami non volevo colpirti, scusami Giulio... amore... sai che voglio solo te..." - a quelle parole cambiasti espressione, e un lampo di malizia attraversò i tuoi occhi. In un attimo riuscii a leggere i tuoi pensieri, erano cose sporche, indicibili, eccitanti, capii che combaciavano molto bene con alcune mie fantasie, miei desideri mai messi in pratica, neanche con te. "Davvero Anna? Sei sicura di volere solo me?" - dicesti. Non risposi, ti baciai velocemente sulle labbra. Mi prendesti per mano e senza sapere dove andare mi tirasti via dal cortile, chissà come arrivammo al capanno degli attrezzi, la vecchia porta non si chiudeva ormai da anni, del resto c'era ben poco di valore lì dentro, solo zappe, badili, secchi e sacchi di sementi. Un vecchio tavolo era pieno di barattoli e bulloni e alcuni vecchi stracci. Mi ritrovai con le spalle a quel tavolo e tu mi bloccavi ogni via d'uscita, ogni movimento, sentivo il mio respiro confondersi col tuo, e il sudore ci imperlava la fronte per la corsetta appena fatta. Mi sentivo stranamente eccitata, e mi spingevi verso il tavolo, sentivo il tuo pacco inequivocabilmente gonfio e teso sul mio ventre. Ti carezzai il volto e tu mi prendesti la mano, con estrema lentezza dirigesti la mia mano verso il basso fino a premerla con forza sul tuo pene durissimo, lo sentivo attraverso la stoffa dei pantaloni. Come ipnotizzata ti slacciai la cintura, abbassai la zip e lo tirai fuori, grosso, duro, bollente. Eravamo al buio, solo la luce della luna penetrava da una fessura, rendeva l'atmosfera irreale e faceva crescere in me un'eccitazione mai provata prima. Cominciai a scorrere le mani sulla tua asta dura, mentre tu mi baciavi, anzi mi divoravi le labbra, la bocca, la lingua, poi scendevi lungo il collo, mi aprivi la camicetta a liberarmi i seni e cominciavi a strizzarmi i capezzoli eretti, sensibilissimi.

I nostri gemiti sostituirono presto i respiri affannati e le mie mutandine erano già bagnate quando le strappasti con gesto deciso. Due dita dentro senza tanti preamboli, mi scappò un grido di sorpresa e di piacere. Mi scostai e mi misi in ginocchio, te lo presi in bocca e lo assaporai, sapeva di buono, di selvatico, sapeva di maschio e tu eri il maschio che volevo in quel preciso momento. Presi a succhiarlo avidamente e facevo scorrere la lingua intorno al glande, sulla punta e sul filetto. Poi presi a leccare tutta l'asta e arrivai fino allo scroto, sussultavi di piacere ad ogni mio tocco. D'un tratto mi tirasti su, con un braccio rovesciasti per terra tutto ciò che era sul tavolo e mi mettesti a sedere sul bordo. Ti abbassasti a cogliere con la lingua i miei umori che ormai colavano copiosi dalla vagina, pochi efficaci colpi di lingua mi portarono sull'orlo dell'orgasmo, poi in un attimo mi hai sovrastata con il tuo corpo e sei entrato in me, un lampo di piacere, una stretta allo stomaco e una sensazione di pienezza e dilatazione da impazzire. Cominciai ad ansimare e godere a ripetizione, tu instancabile mi sbattevi su quel tavolo, mi colpivi fino all'utero, mi regalavi il paradiso della perdizione. Solo una piccola pausa in quel delirio dei sensi, ti è servita per girarmi, appoggiata col ventre sul tavolaccio hai poi ripreso subito, prendendomi da dietro e spingendolo se possibile ancora più in fondo, fino al più esplosivo degli orgasmi che ci colse insieme, intenso, totale, devastante.